Ottonello

Gli anni ('70) romani

Un racconto di dieci anni "mai visti"  per omaggiare i dieci anni di attività  dell' (In)visibile

Dal 1 al 18 Giugno 2016 |  Vernissage 1 Giugno 2016, 0RE 19:00

a cura di Efisio Carbone

Un porto su esili palafitte, piramidi tra le palme, aurore boreali e un vaso di fiori incorniciato da un sipario, sono pochi preziosi disegni a pastello che un bambino di nove anni realizzò  tutto immerso nel suo mondo fantastico; mentre gli altri vociavano nelle strade assolate, lui guardava il cielo e immaginava. Sembrano quinte per opere teatrali questi disegni! Chissà se già l'amore per il teatro era lì, dentro di lui, in attesa di sbocciare, per ora in forma di languore, quanto basta per muovere il pastello in ampie volute di panneggio ...ah il sipario si apre!  Una tenda sulla finestra della vita.

 

"La Tragedia nasce quando si è in presenza di un uomo che ha mancato di realizzare la sua gioia" , scrisse Arthur Miller, Ottonello non ha corso questo pericolo. Appena ragazzo, con le idee ben chiare, sbarcò alla volta della capitale per realizzare il suo sogno. Questi pochi bozzetti "salvati" accompagnati da ritagli di giornale e qualche locandina bastano a raccontarcelo. La sua vita, come scenografo e costumista, s'intrecciò col mondo delle arti in un'avventura che si completa nei racconti e negli aneddoti di una mostra che bisogna necessariamente vedere accompagnati dal protagonista. Come il personaggio di Bert in "Ricordo di due lunedì" Ottonello rifiutò  la monotonia di una vita ripetitiva, chiusa e protetta da un microcosmo, per sperimentare la vita vera. E non fu certo semplice.

 

L'avvenuta realizzazione del suo sogno è testimoniata, tra le atre cose, dalla partecipazione attiva (come protagonista) al  teatro sperimentale e avanguardistico di Mario Ricci i cui legami con le arti visive sembrano preludere al naturale sbocco del percorso di Ottonello, oggi riconosciuto tra i maestri più importanti della pittura in Sardegna. Sicuramente i bozzetti per i costumi teatrali e per le scenografie, realizzati spesso a punta di pennello, senza errore, con tratto sicuro e gesto spavaldo, dimostrano l'assoluta padronanza dei mezzi che ancora traspare anche quando, come pittore, la sua arte si fa aniconica. Forza, equilibrio, sintesi e una grandissima capacità narrativa permettono all'artista di raccontare, in ogni suo lavoro, in ogni sua serie, una storia che si libra su abissi poetici.

 

Non possiamo quindi sottrarci dal considerare questo fondamentale periodo dedicato al teatro pietra miliare del suo percorso artistico. Ma soprattutto momento fondamentale di formazione e arricchimento, humus  su cui è fiorito uno straordinario amore per il lavoro affrontato con la forza della "leggerezza", sempre pervasa da una sottile ironia, che gli ha permesso di dedicarsi, con lo stesso impegno e rigore, ai costumi avveniristici di Balestrieri e alle celebri ali di pipistrello di Renato Zero.

 

Efisio Carbone

 

 

 

Biografia

 

Antonello Ottonello è nato a Cagliari il 13 giugno 1948. Dopo aver frequentato il Liceo Artistico di Cagliari si è diplomato nel 1974 all'Accademia di Belle Arti di Roma. Le sue prime esperienze lavorative si sono svolte nel mondo del teatro, come scenografo, costumista e attore della compagnia di Mario Ricci. Negli stessi anni intraprende il suo percorso artistico che risente fortemente delle esperienze teatrali. Gli elementi principali delle prime opere sono le stesse tarlatane usate per le scenografie, talvolta di proporzioni gigantesche, a riecheggiare sipari, e intrise di colori accesi.

 

Rientra in Sardegna nei primi anni '80. Nel 1989 la Galleria Comunale d'Arte di Cagliari, in occasione della riapertura a seguito dei lavori di ristrutturazione, dedica all’artista una personale delle sue Tarlatane. Lo stesso anno partecipa alla collettiva di grafica presso l'Hotel de Ville di Strasburgo, La memoire et les images.

 

Nel 1992 Ottonello partecipa all'Expo di Siviglia, nell'ambito di Cerdeña Isla de Colores, con un opera ispirata al mondo minerario, cui sarà dedicata, nel 1993, la personale Ingurtosu. Da quel mondo attinge materiali (carbone, minerali, pietre) e suggestioni (gli edifici dell'archeologia industriale) che si traducono in opere di grande forza espressiva.

 

Negli ultimi anni, la ricerca materica unita alla riflessione ecologista lo hanno portato a utilizzare (e, letteralmente, a ricercare) elementi espressivi della terra in cui vive, i colori naturali, le piante ma anche la sabbia, le polveri o gli scarti di miniera. Le tinte utilizzate contengono solo pigmenti naturali e le sue opere riflettono la preoccupazione per il rapido mutamento climatico, per la progressiva e inesorabile desertificazione. E allora dalle spaccature della terra emergono piante cactacee, le cui spine trafiggono la juta, in cuscini su cui nessuno potrà dormire, o riuniscono lembi di tele strappate.

 

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